NUTRIZIONE SOSTENIBILESimona ZolletSociologia rurale

Perché mangiare locale, seconda parte: i sistemi agro-alimentari alternativi

Nell’articolo precedente abbiamo parlato di come il cibo sia il filo conduttore che unisce problematiche globali a quelle locali, e dell’importanza di sostenere le produzioni locali. Se da un verso il cibo sembra diventare sempre più globale, standardizzato e legato alla grande distribuzione (alzi la mano chi non mette mai piede al supermercato per la propria spesa alimentare, o che non ha mai comprato cibo prodotto dall’altra parte del pianeta), dall’altro si stanno moltiplicando le iniziative che tentano di riorganizzazione i sistemi di produzione e consumo di cibo secondo modelli nuovi e legati alla dimensione locale. Si tratta di iniziative che spesso partono dal ‘basso’, ovvero dai consumatori stessi o dai produttori. Si parla sempre più spesso a questo proposito di Alternative Agri-Food Networks (Sistemi Agro-alimentari Alternativi) focalizzati sui rapporti diretti tra produttori e consumatori e sul rafforzamento del binomio cibo-territorio. Le filiere corte ne sono un aspetto fondamentale (evidenziato dalla crescente popolarità del ‘chilometro zero’), insieme a sistemi di produzione, quali il biologico, che non danneggiano l’ambiente e le comunità locali. Il tutto in un’ottica di maggiore trasparenza e di fiducia che solo le relazioni dirette possono garantire.

Motore dello sviluppo dei sistemi agro-alimentari alternativi è in primis un cambiamento radicale della domanda, in cui i consumatori (o meglio, i cittadini) si impegnano ad andare al di là del consumo passivo o del semplice ‘leggo l’etichetta’ (che come sappiamo non sempre dà informazioni complete sulla provenienza degli ingredienti e sulla loro trasformazione).
E anche nel Bellunese si osserva l’aumento dei “consumatori critici” e dei movimenti che si impegnano per proporre un sistema agro-alimentare più sostenibile e più radicato sul territorio. È importante però fare una precisazione: quando si parla di ‘prodotti locali’ non si dovrebbe intendere solo ‘prodotti di nicchia’.

Si sente spesso dire che l’agricoltura di montagna deve orientarsi verso i prodotti di qualità, magari sposandosi all’offerta turistica. Anche se questo è certamente vero, non bisogna fare l’errore di vedere le produzioni locali solo come delle piccole eccellenze da comprare magari solo a Natale, oppure destinate al turista di turno. Non possiamo sperare che la nostra agricoltura sia tenuta in piedi solo dal turismo: il lavoro di ricostruzione del sistema agricolo e alimentare bellunese deve essere prima di tutto sentito come un impegno da parte dei cittadini bellunesi e delle amministrazioni locali. Senza sminuire l’importanza del valorizzare le produzioni di nicchia e di qualità, è necessario anche stimolare una produzione che sia indirizzata al consumo quotidiano e quindi accessibile ai più.
Penso per esempio alla produzione dei prodotti orticoli freschi, che in provincia di Belluno fa fatica ad affermarsi. Cosa succederebbe se tutti noi ci impegnassimo a comprare il più possibile verdure locali? Riuscite a immaginare che stimolo darebbe all’orticoltura in provincia? E che incoraggiamento sarebbe per i molti aspiranti agricoltori che vorrebbero iniziare una piccola attività agricola, ma che sono frenati dall’assenza di domanda a livello locale e dalla competizione con i prezzi dei produttori di pianura? Discorsi simili valgono per altri prodotti, quali i cereali, la frutta, e colture ‘ritrovate’ come la canapa. Ovviamente non si parla di ricercare un’autosufficienza alimentare totale, poco realistica date le nostre condizioni climatiche, ma le potenzialità esistono, e rispetto al passato ci sono molte più conoscenze e tecnologie a basso costo che permettono agli agricoltori di fare cose finora impensate.
Creare o rafforzare le filiere produttive locali è spesso un altro punto di debolezza, che però potrebbe essere stimolato dalla crescita della domanda verso i prodotti locali, innescando così un circolo virtuoso. Un impegno concreto da parte del territorio – non solo dei singoli, ma anche delle istituzioni, che potrebbero ad esempio introdurre più prodotti locali nelle mense scolastiche – è quindi necessario. Questo si traduce anche nella necessità da parte dei consumatori di accettare di pagare qualche euro in più per il cibo, magari rinunciando a qualcosa di meno essenziale. Così come è necessario da parte dei produttori cercare di venire incontro alla domanda locale proponendo prodotti accessibili e impegnandosi a produrre nel modo più efficiente possibile (sempre considerate le obiettive difficoltà del territorio). Serve quindi un nuovo ‘patto’ tra produttori e consumatori, che vada al di là degli interessi personali e si apra a una visione più ampia di agricoltura civica e di consumo consapevole. Per dirla con le parole di Michael Pollan, ‘mangiare è un atto politico’.

In conclusione, perché cercare alternative ai sistemi convenzionali?

Perché promuove la nascita di filiere economiche radicate nel contesto locale, creando impiego e reddito che resta nelle comunità; perché tramite la salvaguardia delle attività agricole in aree marginali contribuisce alla cura del territorio e dell’agrobiodiversità; perché il cibo locale, se prodotto con metodi biologici, salvaguardia l’ambiente e la salute pubblica; c’è infine una diminuzione delle emissioni di gas serra poiché i cibi prodotti localmente necessitano minor trasporto e refrigerazione. Ragionando in un’ottica di sostenibilità sia ambientale che socio-economica, il connubio tra provenienza locale, produzione biologica e stagionalità rappresenta quindi la soluzione ottimale.

Fare delle scelte di consumo più consapevoli è a volte impegnativo, e queste scelte vengono spesso messe da parte per far fronte alle problematiche più immediate del vivere quotidiano. Per questo nei prossimi articoli parleremo di realtà già presenti in provincia di Belluno che hanno lo scopo di rendere più facile l’avvicinamento tra produttori e consumatori: le CSA (Comunità a Supporto dell’Agricoltura), i Gruppi di Acquisto Solidale e il binomio solidale-locale, e le iniziative di sensibilizzazione nelle scuole.

Alla prossima!

Simona

Potete leggere un altro prezioso articolo di Simona all’interno della nostra guida “Custodi del Territorio – La prima guida d’eccellenza degli agricoltori Dolomitici“, assieme a numerosi itinerari ai più sconosciuti da fare in famiglia, abbinati a malghe, agriturismi e piccole aziende agricole delle Dolomiti bellunesi dove potervi ricaricare nella natura.

Chi è Simona Zollet?

Simona Zollet, originaria di Feltre in provincia di Belluno, ha studiato Scienze e Tecnologie per l’Ambiente e la Natura presso l’Università degli Studi di Udine, per poi conseguire la laurea specialistica nel programma internazionale Joint International Master in Sustainable Development all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Attualmente sta lavorando al conseguimento del Dottorato di Ricerca all’università di Hiroshima (Giappone) con un progetto di studio comparativo sull’agricoltura biologica di montagna in Italia e Giappone. I suoi interessi di ricerca includono le varie forme di sviluppo endogeno nelle aree marginali, in particolare quelle legate all’agricoltura sostenibile, e i processi di migrazione ‘di ritorno’ verso le zone rurali, soprattutto in relazione ai nuovi agricoltori.

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