Simona ZolletSociologia rurale

Mangiare locale: perché fa bene a noi, al territorio e alla nostra economia 

Questo è il primo di una serie di articoli in cui parleremo di transizioni verso sistemi più sostenibili di acquisto e consumo di cibo, cercando di farlo portando degli esempi calati nel contesto Bellunese. Questo articolo in particolare è pensato come un’introduzione generale al tema dei sistemi agro-alimentari locali e delle modalità ‘alternative’ di acquisto e consumo di cibo, che verranno poi approfonditi negli articoli successivi. Si sente sempre più spesso parlare di ‘consumo critico’, ‘consumo etico’… ma sappiamo veramente di cosa si tratta? Spesso questi temi appaiono lontani dal nostro vivere quotidiano, o problemi per gente ‘di città’, quando in realtà appartengono a tutti noi.

La provincia di Belluno, come tante altre zone rurali che appartengono alle cosiddette ‘aree marginali’ (o, come sono state recentemente ridefinite, ‘aree interne’) si trova oggi in un momento critico della sua storia, al crocevia tra abbandono e rinascita. Di fronte a problemi quali lo spopolamento, l’esodo dei giovani e la diminuzione dell’occupazione e dell’utilizzo del territorio, con i crescenti fenomeni di dissesto idro-geologico e di deterioramento del patrimonio paesaggistico e culturale che ne conseguono, è sempre più urgente il bisogno di trovare modelli di sviluppo alternativi. In questo scenario, perché dunque parlare di cibo?

Cibo: il filo conduttore che unisce le problematiche globali a quelle locali

Attorno ai temi legati all’agricoltura e al cibo si intrecciano molte delle scelte che segneranno il futuro: dalla mitigazione dei cambiamenti climatici alla tutela della biodiversità, dalla salute umana alla ricostruzione delle economie locali. L’agricoltura intensiva, necessaria per sostenere il modello economico oggi dominante, sta provocando gravi conseguenze all’ambiente, alla salute umana e alla qualità della vita: basti solo pensare all’emergere di patologie legate alla dieta quasi sconosciute fino a pochi decenni fa. A questo si aggiungono temi quali il contributo significativo dell’agricoltura nell’emissione di gas serra. La tempesta Vaia del 2018 si erge a monito di quella che potrebbe diventare il nuovo ‘normale’, con disastri ‘naturali’ sempre più frequenti e distruttivi, e che di naturale hanno ben poco. Ai problemi ambientali si uniscono poi quelli di tipo socioeconomico. La ricerca di economie di scala per ottenere profitti sempre crescenti schiaccia le economie locali e uccide le piccole imprese. Il settore agricolo è forse il settore colpito in modo più evidente, con i produttori che si trovano ad affrontare il dilemma se vendere i propri prodotti al prezzo di mercato – anche quando questo è inferiore persino ai costi di produzione – o chiudere. Questo non solo mette in difficoltà tutti quei produttori che non possono – o non vogliono – industrializzare e omologare i propri prodotti: c’è anche il rischio concreto trovare sul mercato prodotti di scarsa qualità o meno salubri. Truffe e sofisticazioni nell’agroalimentare sono quasi all’ordine del giorno e contribuiscono ad aumentare il senso di insicurezza dei cittadini, sempre più lontani dai produttori e ancora troppo ignari riguardo ai costi nascosti dell’agricoltura industriale.

Se questi scenari globali possono a prima vista apparire distanti dalla realtà del consumatore medio bellunese, gli impatti del sistema agro-alimentare attuale hanno chiare ripercussioni anche nella sfera economica e sociale dei nostri territori. Le leggi di mercato, che condannano a morte le produzioni ‘non competitive’ – quali sono, per ragioni geografiche e climatiche – quelle di montagna, hanno già falcidiato l’agricoltura bellunese, che tra il 1982 e il 2010 è calata del 32 per cento in termini di superficie agricola utilizzata. Ancora più drammatici i numeri se si guarda al numero di aziende, l’84 per cento delle quali sono scomparse1. A questo si unisce l’ostinazione da parte di molte associazioni di categoria nel promuove modelli agricoli intensivi e ‘di pianura’ in un territorio che ha invece disperatamente bisogno di modelli alternativi. Un’altra caratteristica dell’agricoltura bellunese è l’assoluta predominanza del settore lattiero-caseario, che, nonostante sia importante per l’economia locale e per il presidio del territorio, implica anche una mancanza di diversità nelle produzioni agricole. E’ ancora raro trovare sulle nostre tavole frutta, verdura, cereali (che non siano mais) coltivati nel Bellunese. Fortunatamente questa situazione sta lentamente cambiando, e molte delle aziende agricole che sono nate negli ultimi anni stanno puntando sulla diversificazione e su colture che fino ad ora erano snobbate dall’agricoltura convenzionale come poco redditizie sul nostro territorio. Molte di queste aziende le potete trovare nella guida ‘I custodi del territorio’, che è una finestra sulla diversità agricola e sulle produzioni ecosostenibili del nostro territorio: dalle mele alla canapa, dagli ortaggi al vino. Ed è questa diversità e attenzione per l’ambiente che dobbiamo incoraggiare: perché permette a tanti nuovi agricoltori di trovare modalità alternative di fare reddito e quindi di tenere viva l’economia agricola locale; e perché permette a noi, cittadini ed abitanti della provincia di Belluno, di avere a disposizione prodotti locali e salubri, e di godere delle bellezze di un territorio ancora poco toccato dai problemi dell’agricoltura industriale. Le nostre scelte quotidiane contano, e nel prossimo articolo parleremo di perché sono importanti e di come è possibile ‘fare la differenza’.

Alla prossima!

Simona

1 Camera di Commercio Treviso e Belluno Dolomiti (2015). L’Agricoltura Bellunese tra passato e futuro.

CHI È SIMONA ZOLLET

Simona Zollet, originaria di Feltre in provincia di Belluno, ha studiato Scienze e Tecnologie per l’Ambiente e la Natura presso l’Università degli Studi di Udine, per poi conseguire la laurea specialistica nel programma internazionale Joint International Master in Sustainable Development all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Attualmente sta lavorando al conseguimento del Dottorato di Ricerca all’università di Hiroshima (Giappone) con un progetto di studio comparativo sull’agricoltura biologica di montagna in Italia e Giappone. I suoi interessi di ricerca includono le varie forme di sviluppo endogeno nelle aree marginali, in particolare quelle legate all’agricoltura sostenibile, e i processi di migrazione ‘di ritorno’ verso le zone rurali, soprattutto in relazione ai nuovi agricoltori.

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