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Beatrice Colcuc: da Colle Santa Lucia a Strasburgo

Le storie sono un’arma molto potente, perché ci permettono di creare dibattito, conoscenza, confronto con l’altro. Raccontiamo le storie dei giovani Bellunesi emigrati per creare un ponte, perché alla maggior parte di loro sentir nominare le Dolomiti fa ancora battere il cuore e rivivere ricordi d’infanzia. Raccontare storie crea consapevolezza, e LA CONSAPEVOLEZZA È UN’ARMA DI COSTRUZIONE DI MASSA

Ciao! Il mio nome è Beatrice, ho 25 anni e attualmente abito in Francia, a Strasburgo, dove sono arrivata due anni fa in Erasmus. La testa è qui, ma il cuore batte forte a Colle Santa Lucia.

Cosa hai studiato? In cosa ti definiresti specializzata?

Ho conseguito una laurea binazionale in studi italo-tedeschi presso le università di Ratisbona, in Germania, e Trieste. In questo momento mi sto per laureare in linguistica romanza presso la Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco di Baviera. All’interno del mio percorso di studi mi sono specializzata in sociolinguistica e dialettologia romanza.

Di cosa ti occupi attualmente? Qual è il tuo sogno nel cassetto?

Al momento insegno Tedesco in una scuola elementare della città di Strasburgo. Ho 15 alunni di seconda elementare iscritti alla classe bilingue. Di sogni nel cassetto non ne ho uno solo, ma molti. Professionalmente parlando, il mio obiettivo principale è quello di trasformare la mia passione per la dialettologia e la sociolinguistica in un lavoro e diventare ricercatrice, anche se sono conscia delle difficoltà che implica questo tipo di percorso. E per quanto riguarda la mia vita privata, sogno di compiere un giorno tutto il Cammino di Santiago de Compostela, tornare ad abitare in Germania (o a Colle? Chissà!),formarmi una famiglia e avere dei bambini.

Perchè hai deciso di partire?

Mentirei se dicessi che c’è stato un motivo particolare o un momento preciso in cui ho deciso di partire. Sono state le circostanze, le mie passioni e le persone che ho incontrato quasi per caso a farmi partire. E non solo una volta, ma tante. A 14 anni sono uscita per la prima volta dall’italia per imparare il Tedesco e qualche anno dopo mi si è presentata l’opportunità di frequentare la quarta superiore in Germania. E così sono partita e una volta acquisito un buon livello di lingua ed essermi perdutamente innamorata della terra teutonica,ho deciso di iscrivermi all’università di Ratisbona. Poi, dopo aver studiato un anno a Trieste, ho deciso di ripartire, di ritornare in Germania perché avevo capito che il Sistema universitario Tedesco corrispondeva di più a quelle che erano le mie aspettative rispetto all’università: scambio di idee, discussione, critiche costruttive e dialogo tra studenti e professori.

Quali sono state le tue esperienze in Italia o all’estero più significative dopo la tua partenza da casa? Cosa hai imparato?

Credo che l’esperienza più significativa per me sia iniziata nel momento in cui ho iniziato a studiare a Monaco. Lì ho trovato quello che cercavo sia per quanto riguarda I contenuti dei corsi universitari, sia per quanto riguarda la vita privata. È stato un momento fondamentale della mia vita: ho conosciuto le persone che hanno Saputo farmi appassionare a quello che stavo studiando e piano piano ho capito che cosa volevo fare in futuro. Credo che l’esperienza più grande rimanga quella di aver imparato ad amare l’Italia e le Dolomiti ancora di più di quanto non lo facessi prima. Non so se è perché quando si esce da un certo ambiente poi iniziamo a vedere le cose da una prospettiva diversa, iniziamo ad apprezzare maggiormente tutto ciò che abbiamo.

Ora che sei da vario tempo fuori dalle Dolomiti, come le vedi da fuori? Come descriveresti la situazione di chi ci vive? Quali sono i pregi e i difetti della vita in montagna e di chi ci vive, paragonata ad altre parti di Italia o del mondo?

Meravigliose. Stupende. Emozionanti. Mozzafiato. E le mostro a tutte le persone che incontro sul mio percorso di vita. Paesaggisticamente parlando sono un luogo di incommensurabile bellezza. Un luogo che dà la possibilità di distaccarsi dalla vita frenetica che si respire nelle città perché la Natura permette la riflessione e la ricerca della calma interiore. Chi ha sempre vissuto nelle Dolomiti forse non si rende conto della fortuna che ha in questo senso.

La gente di montagna è pratica, pragmatica, è gente a cui non piace perdere tempo. Sono persone che lavorano duro, si impegnano con tenacia in tutto quello che fanno perché bisogna dirlo: non è facile vivere in montagna, e chi ha sempre vissuto in città non può capire. È normale questo, certo, infatti la mia non vuole essere una provocazione, bensì una pura constatazione. I lati negativi della vita in montagna esistono, come esistono in tutti I luoghi e in tutte le situazioni. Secondo me la montagna soffre molto la mancanza di infrastrutture che permettono collegamenti rapidi da una valle all’altra, la mancanza di un ospedale completamente attivo, la mancanza di servizi in loco (per qualsiasi pratica burocratica bisogna spostarsi di almeno 30 chilometri), gli uffici postali a giorni alterni in alcuni comuni e tante altre difficoltà. Ma I problemi li si può trovare facilmente. La cosa importante è saper scovare invece I pregi e le cose belle che la montagna può offrire: Le Dolomiti sono un luogo dove le persone non hanno ancora perso l’abitudine di parlarsi, di guardarsi negli occhi, dove si riscopre ancora la bellezza dello stare insieme. Dove essere accoglienti con tutti è normale. Dove l’associazionismo e il volontariato continuano ad avere un valore e sono delle forme bellissime di creare gruppo e comunità. Non posso dirlo con certezza perché non conosco molto bene altre situazioni di comunità alpine, ma credo che le Dolomiti non possano essere paragonate a nessun’altra realtà perché sono uniche, in tutto.

Quali sono i più bei ricordi che hai delle Dolomiti? 

Potrei elencarne a bizzeffe. Il più bel ricordo di tutti che ho delle Dolomiti è sicuramente l’alba dal Monte Pore, sopra Colle Santa Lucia. Io e la mia migliore amica abbiamo scelto una fredda mattina di settembre per andare a vedere l’inizio di un nuovo giorno lassù, tra le nostre montagne. È un ricordo emozionante che ho, perché lo ricollego al pensiero dei miei affetti. E poi quando sei lassù e vedi la grandezza delle Dolomiti, la loro estensione, poderosità e fermezza,ti senti piccolo. Nel momento in cui il sole sorge, pensi a tutte le persone a cui vuoi bene e ti rendi conto che la Vita è preziosa. Madi ricordi ne ho tantissimi altri. Io ho sempre amato la montagna.Per me è il luogo della fuga, amo le Dolomiti, e soprattutto amo camminare in mezzo a loro. Le amo perché per me rappresentano la metafora della vita. Prima di raggiungere la meta bisogna faticare, e più si fatica, maggiori saranno le soddisfazioni poi. Ma ho tanti altri ricordi per esempio le tradizioni del mio paese, l’impegno che le persone ci mettono per organizzare le manifestazioni ogni anno, la mia famiglia, gli amici, il coro, l’infanzia, insomma tutto.

In cosa ti senti ancora legata alle Dolomiti? Cosa ti sta a cuore?

Credo che il mio legame con le Dolomiti sia indissolubile. È come se le Dolomiti scorressero nel mio sangue. Mi sta a cuore il futuro della montagna:innanzitutto la salute delle Dolomiti come ambiente naturale. Abbiamo il dovere di conservarlo affinché le generazioni future possano avere la fortuna di nascere e crescere in questa meraviglia e quindi automaticamente mi sta a cuore il problema dello spopolamento della montagna che spero possa essere fermato presto.

Cosa ti manca di più delle Dolomiti?

Sarà anche banale dirlo, ma mi manca casa mia in tutte le accezioni del termine. E poi mi manca il calore umano, vedere volti conosciuti e parlare in ladino. Mi manca tanto il caffè di mia nonna e il calore del fornel di casa mia. Però so che ormai ho iniziato un percorso di vita lontano da Colle e che sarebbe difficile tornare indietro, anche se non lo escludo del tutto, non si può mai dire nella vita.

Immagino tu sia a conoscenza del problema dello spopolamento della montagna. Come immagini il futuro della montagna Bellunese tra 10 anni? Come pensi si potrebbe porvi rimedio, sia a livello di singoli cittadini che istituzionale?

In cuor mio spero che problema dello spopolamento montano possa essere risolto il prima possibile, ma purtroppo lo immagino in netto peggioramento se non si fa qualcosa per intervenire. A mio modo di vedere, sono due gli elementi fondamentali per fermare il problema:da un lato c’è bisogno di un aiuto concreto da parte delle istituzioni per incentivare economicamente la vita in montagna,dall’altro lato credo che importante sia trasmettere l’amore per la montagna e la natura alle generazioni future. Bisogna semplificare e agevolare lo svolgimento di molte pratiche, finanziare progetti per il turismo e per l’agricoltura di montagna, per l’allevamento,affinché il flusso migratorio non sia unidirezionale dalla montagna verso l’esterno, ma comincino ad arrivare anche persone che, per passione della montagna, decidono di stabilirsi nelle Dolomiti! Non ci devono essere persone che partono per bisogno, ma solo persone che partono spinte dalle proprie passioni di imparare le lingue o di fare nuove esperienze. Ma partire per necessità è un’altra cosa,significherebbe che I luoghi dove siamo cresciuti non offrono I presupposti per vivere e questo non sarebbe giusto. A chi vuole rimanere in quelle terre deve essere data la possibilità di rimanere.

L’alluvione delle ultime settimane è stata piuttosto scioccante e sono necessarie delle riflessioni. Cosa hai imparato? Di cosa ti sei resa conto?

Non ho le competenze né le conoscenze per fare una riflessione a livello meteorologico-ambientale. È stato un evento struggente, toccante,commovente. Ho imparato che le persone non si conoscono mai fino in fondo. Nonostante la tristezza di quei giorni, ho allacciato nuovi rapporti umani e riallacciato altri persi anni fa. Ho capito che sbagliamo quando ci chiudiamo nelle nostre convinzioni e che invece bisognerebbe dare il giusto peso alle cose. Quando succedono eventi di tale dimensioni ti chiedi veramente quali sono le cose importanti e la risposta è sempre e solo quella: le persone e gli affetti. Una cosa che mi ha colpito è stata la grandissima solidarietà che si è creata sia all’interno delle comunità colpite, ma anche all’esterno tra persone come noi, originarie di quelle zone, ma che fisicamente non si sono trovate lì in quel momento.

Come pensi che potresti comunque essere di supporto alla tua terra di origine? C’è qualcosa in concreto che già stai facendo o che vorresti fare?

Diciamo che vivo nella costante paura di non fare abbastanza. In generale quando sono a Colle cerco di partecipare il più possibile a manifestazioni o iniziative. Cerco di dare una mano come posso. Quando sono lontana faccio le cose che si possono fare attraverso internet e I social.Per esempio, quando serve faccio qualche traduzione per la Pro Loco di Colle, assieme ad altri ne gestivo anche I canali social fino a qualche settimana fa. Ricollegandomi a quanto ho detto prima rispetto al mio sogno nel cassetto, mi piacerebbe dare un contributo allo studio della parlata ladina di Colle.

Che progetti hai per il futuro? Come ti vedi tra 5 anni?

Se già è difficile prevedere la Vita in generale, prevederla volendo intraprendere un percorso accademico è praticamente impossibile. Sognando, posso dire che mi vedo impegnata a un progetto di ricerca in qualche università italiana o europea (possibilmente tedesca).

Pensi che potresti tornare a vivere sulle Dolomiti un giorno? 

Non nascondo che vorrei. Dipende dalle opportunità che la Vita vorrà mettermi davanti. È importante partire, vedere altri luoghi, conoscere persone, fare esperienze diverse fuori dal tuo ambiente e dalla tua comfort zone, perché dà un apporto arricchente alle persone, ma è sempre bello tornare a respirare aria di casa.

Un pensiero su “Beatrice Colcuc: da Colle Santa Lucia a Strasburgo

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